La mia esperienza di volontario

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La mia esperienza di volontario2025-05-30T07:20:21+00:00

Ho 65 anni e da quattro sono volontario per Anapaca. La mia idea di volontario nasce molti anni fa quando mia mamma si è ammalata di un brutto tumore: fin da subito mi sono impegnato ad accompagnarla alle varie visite ed esami, prima per scoprire il male e poi per combatterlo. Tra alti e bassi il periodo di malattia è durato dieci anni. Dopo l’operazione il male ci ha dato tregua per cinque anni, poi la recidiva e via di nuovo con Tac, Pet e chemio. Le sono stato accanto sempre organizzando gli appuntamenti, il dosaggio delle medicine e le varie assistenze di cui necessitava. In quel periodo ho apprezzato il lavoro dei volontari che operavano nel reparto oncologico dell’ospedale.

Il volontario presenziava nel corridoio, seduto a un tavolino consegnava le cartelle cliniche aggiornate per poter fare le visite o la chemioterapia.

Mi è subito piaciuta questa figura discreta perché trasmetteva calma e tranquillità a persone che in quel momento erano in stato d’ansia: in tali situazioni poche parole o un semplice sorriso facevano la differenza.

Una volta pensionato, nel mese di gennaio 2018, vedo per caso una locandina Anapaca dal barbiere che annunciava l’inizio di un nuovo corso volontari, così a marzo mi sono subito iscritto.

Ho frequentato il corso che mi ha fornito le conoscenze generali sulle malattie oncologiche e croniche, ho avuto una panoramica sulla rete dei servizi a sostegno del malato che mi ha permesso di conferire un significato all’esperienza vissuta con mia madre, fin da subito mi sono sentito preparato per quello che avevo scelto di fare. Volontari non ci si improvvisa e non basta neppure avere tanta disponibilità di tempo.

Bisogna essere formati ed è fondamentale seguire le linee guida del nostro codice deontologico.

Ho finito il corso a fine maggio e ai primi di agosto la mia Tutor Laura mi ha proposto di accompagnare un signore che, colpito da una malattia degenerativa, necessitava di camminare un paio d’ore due volte la settimana.

Vado a conoscere la famiglia il giorno stesso e il signore, un uomo di poche parole, ci prendiamo un caffè, ci mettiamo d’accordo per l’orario che sarebbe stato dalle nove alle undici il martedì e il giovedì.

Questi momenti fuori casa consentivano alla moglie del signore di uscire e fare le proprie commissioni, come delle ore d’aria.
Il signore, classe 1937, dal viso interessante e dai bei capelli bianchi, il suo corpo è robusto e appesantito dalla sedentarietà, infatti all’epoca erano almeno cinque anni che la malattia si era presa una parte della sua memoria e dei suoi muscoli, nonostante ciò la sua figura era quella di un uomo di bella presenza.
Fin dalle prime uscite cerco un filo conduttore che ci permetta di chiacchierare e trovo un mondo: la bicicletta, amata in gioventù ma mai proprio vissuta ed io, che sono tanti anni che faccio gare amatoriali in bici; il giardinaggio che per tanti anni è stata una passione, era quasi un lavoro ed io che sono figlio di una pollice verde incallita!

Ma non solo, scopro insieme a lui l’arte, la pittura, i quadri… addirittura scopro che lui ne ha dipinti parecchi.

Le nostre passeggiate iniziano sempre andando a prendere il caffè in una torrefazione che lui conosce, il proprietario è baffuto e bizzarro e da ex agonista in bici qual è, ci racconta spesso le sue cadute epiche con bici d’altri tempi… il tutto condito con l’odore del caffè tostato.

La torrefazione è un luogo pazzesco, dal locale bar si attraversa il il negozio di caramelle ed era per me come tornare indietro nel tempo: le caramelle della mia infanzia! Moretto, Sukai, Brut e Bun, Stupunin, Mentine e le famose Cri cri.

Insieme al caffè leggevamo La Stampa, precisamente io leggevo a alta voce gli articoli più importanti, la prima pagina e poi lo sport, tutti gli articoli della Juve, di cui era tifosissimo, come me.

Poi facevamo il nostro giro che durava più o meno un’ora e mezza, parlando del più o del meno, inizialmente lui non parlava molto, ma era molto curioso di quello che facevo io, così gli raccontavo la mia vita, gli parlavo dei miei ragazzi, della mia compagna, di quello che facevo. Abitavo nel centro storico e quindi lo invitai a vedere il mio appartamento che apprezzò molto, volle vedere la mia bicicletta per soppesarla e si stupì della sua leggerezza.

Iniziamo così un percorso durato quasi quattro anni, i martedì e i giovedì erano per lui appuntamenti da non perdere, ci teneva tanto, era capace di svegliarsi prima dell’alba per cominciare a vestirsi anche se ci vedevamo alle 9.

Ho sempre cercato di farlo uscire sempre, con qualsiasi condizione di tempo, se pioveva stavamo sotto i portici, ma non mi dispiaceva farlo camminare sotto l’ombrello, in inverno indossava la coppola, che chiamava “Coppolilla”, aveva sempre l’abbigliamento giusto, perché: “Non c’è cattivo tempo ma cattivo abbigliamento”.
Abbiamo visto di tutto, la sua curiosità era infinita, cercava sempre nelle nostre passeggiate le cose più curiose, poteva essere una mostra d’arte o una ferramenta, c’era sempre qualcosa da osservare.Nelle tante mostre viste aveva un interesse per la tecnica di pittura, segno evidente che se ne intendeva.

Mi ha raccontato molto della sua vita da bambino, ricordo bene il racconto quel giorno a Petralia Soprana, mentre correva giocando con i suoi amici, svoltata la curva si trovarono di fronte la lunga fila di soldati Americani a cavallo appena sbarcati dal porto, in cammino verso il fronte.

Ricordava perfettamente l’odore delle divise, dei cavalli e il gusto della cioccolata offerta a tutti i bambini. Poi è partito militare, destinazione Pinerolo, in cucina , il suo ruolo era approvvigionare le dispense, così conosce in poco tempo molto negozianti del centro storico che ancor prima del congedo gli chiedono di rimanere, si è fatto sin da subito volere bene, infatti lo assume subito un elettricista che lavora per la SIP così installa le prime linee telefoniche che di lì a poco collegheranno tutti gli italiani.

Il lavoro è pericoloso, deve salire scale lunghissime per raggiungere finestre lontane, come quella volta che è andato in quella casa particolare, piena di donnine, dove la signora che la gestiva vedendolo a penzoloni alla finestra lo ha abbracciato per sorreggerlo tenendolo stretto, forse troppo stretto, che per un attimo ha pensato che la signora non volesse solo il telefono…

Viene assunto dalla SIP e ci lavora fino alla pensione, abbiamo incontrato spesso suoi ex colleghi e tutti lo hanno sempre salutato con molto affetto e stima, molti si ricordavano che aveva le mani d’oro, riparava tutto e sapeva fare di tutto.

I nostri appuntamenti che non erano solo passeggiate erano per entrambi delle sedute terapeutiche. Per rompere il silenzio raccontavo, come ho già scritto, tutto quello che facevo e non se lo dimenticava, infatti spesso mi chiedeva come era finita quella questione o se ero riuscito a risolvere quel determinato problema.

Abbiamo anche superato la pandemia, siamo stati un mese senza poterci vedere, poi abbiamo ripreso le nostre preziose passeggiate, l’ho fatto camminare per una settimana tutti i giorni un’ ora al giorno per rimettere in forma le gambe, inizialmente piano piano e poi più veloci, in poco tempo abbiamo recuperato il nostro passo e il fiato e siamo tornati a vederci due volte la settimana.

Dall’inizio di quest’anno però i nostri giri sono diventati più corti e più faticosi, le gambe e un ginocchio non volevano saperne di non fare male, stavamo di più sulle panchine a guardare la natura con la stessa curiosità di sempre. Un giorno in ascensore mi ha guardato e mi ha confidato che voleva traslocare, io per ridere gli ho detto che gli avrei dato degli scatoloni: questa cosa mi incuriosì.

La malattia stava prendendo il sopravvento, andavo agli appuntamenti e vedevo subito che non si era messo le scarpe, capivo che non ce la faceva ad uscire, così guardavamo il giro d’Italia, ma non vedevo più lo stesso entusiasmo e partecipazione e così durante un ricovero per le varie complicazioni è venuto a mancare.

Una volta appresa la notizia sono andato all’ospedale dove c’era la famiglia, stare con loro in quel momento è stato come sentirmi parte della loro famiglia, perché è così che mi hanno fatto sentire nei miei quattro anni con loro. E di A conserverò un ricordo prezioso, era una persona di altri tempi, ricco dentro, con lui ho imparato che non dovevo tirarlo ma dovevo seguirlo come deve fare il volontario.

L’ultima volta che siamo usciti mi ha confidato che era riuscito a traslocare, ma che se avesse dovuto aspettare i miei scatoloni sarebbe diventato vecchio…E chissà se un giorno ci rivedremo, mi alzerò di sicuro la Coppolilla e subito lo abbraccerò come non è mai successo.

Non servono altre parole per raccontare ciò che ho vissuto: mi auguro di cuore che la mia esperienza possa essere uno stimolo o un incoraggiamento per chi vuole avvicinarsi a questo mondo

20 ANNI FA : LA MIA PRIMA ESPERIENZA DI VOLONTARIA ANAPACA

Non credo al caso, ma per caso sono entrata in Anapaca 20 anni fa, incuriosita dal programma letto su un manifesto che invitava ad un corso di formazione per volontari per l’assistenza a malati oncologici e cronici gravi.

Decisi di iscrivermi e mi ritrovai, per una serie di incontri, con una cinquantina di altre persone.

Al termine del corso mi venne chiesto se desideravo dedicare qualche ora all’ assistenza e risposi che, seppure stessi ancora lavorando, avrei potuto dedicare un po’ di tempo. Dentro di me pensai che, essendo una cinquantina gli aspiranti volontari, non avrebbero certamente chiamato me.

Mi sbagliavo  .Dopo pochi giorni ricevetti una telefonata in cui mi veniva richiesta la disponibilità per un malato oncologico grave. Un po’ inconsciamente risposi di sì.

Quell’ assistenza fu il mio battesimo!

La persona malata, con cancro al fegato, era davvero grave e la moglie, impegnata con il lavoro, desiderava che il marito non stesse troppo tempo solo e, per questo, aveva chiesto aiuto ad Anapaca.

Dall’ Associazione ricevetti le informazioni per accedere al domicilio della persona ammalata, che ovviamente era stata avvisata del mio arrivo.

Trovai l’uomo a letto, intento a guardare un film. Mi presentai, mi salutò e continuò a guardare il film, al cui termine ne fece seguire un altro. Circa tre ore trascorsero così e, per almeno altre tre volte, la mia presenza era il silenzio. Ma c’ ero.

Notai che qualche volta volgeva lo sguardo verso di me, per distoglierlo in un secondo. Pareva giocassimo a “chi parla per primo”. Fu lui. Mi disse che era molto provato dalla malattia, che lo rendeva stanchissimo, per questo faticava a parlare, ma era contento che gli facessi compagnia.

Qualche volta si alzava per raggiungere la sala e fumare una sigaretta. Alle pareti molte fotografie lo ritraevano con la moglie, tutti e due appassionati di montagna e di questa amava raccontare.

Poi lo accompagnai in ospedale per le cure chemioterapiche . Quando scendevamo dalla mia auto, per reggersi e darsi contegno, mi passava il braccio dietro alla spalla e ridevamo perché sembravamo una coppia di innamorati.

Dopo alcune sedute di terapia, la moglie, molto ansiosa, che non vedeva i miglioramenti che si illudeva avvenissero, decise di far interrompere le chemio, per seguire le indicazioni di un altro medico in cui riponeva maggiore fiducia. Il marito condivise la scelta della compagna e, per il tempo che gli rimase, durante la mia presenza, mi parlava di luoghi visti, di notizie, di cibi graditi, mai di futuro.

Poi il cancro vinse. Ero in ospedale il giorno precedente la morte e lo tenni sempre per mano .Aveva 50 anni.

Provai tristezza e tanta compassione per la moglie che ebbe necessità di chiamarmi più volte perché aveva bisogno bi qualcuno che accogliesse la sua rabbia per una morte che riteneva ingiusta.

L’ esperienza che avevo attraversato mi aiutò a capire che avrei potuto continuare il mio volontariato.

Quest’anno festeggio 10 anni di Anapaca!

Dopo aver frequentato il corso nel 2015, ho dato la mia disponibilità per l’assistenza domiciliare, per la quale mi sentivo più portata.

Ricordo perfettamente la mia prima assistenza: una persona mia coetanea, affetta da cancro, psichiatrica, seguita dai Servizi di Salute Mentale. Viveva da sola, con la sua gatta Lula.

Non accettava l’aiuto dei Servizi Sociali, era molto diffidente anche nei miei confronti. Con il tempo le sua condizioni sono peggiorate, si è addolcita. Ha lasciato che raccogliessi la sua disperazione, i suoi sfoghi, le sue lacrime. Abbiamo festeggiato insieme il suo ultimo compleanno!

Dopo di lei ho seguito un paziente affetto da malattia reumatologica fortemente invalidante -era costretto a stare su una sedia a rotelle – sofferente, ma lucido, era seguito dalle Cure Antalgiche.

Mi chiedeva dei miei familiari, della loro salute, degli studi dei miei nipoti. Mi commuoveva di come si preoccupava quando dovevo rientrare a casa e c’era nebbia o cattivo tempo!

A queste ne sono seguite altre e ancora ora.

Dal 2018 sono anche presente, una volta alla settimana, nel Day Hospital oncologico , attività che condivido con altri volontari. E’ un’esperienza diversa, apparentemente meno coinvolgente, ma che, all’inizio, mi aveva suscitato molti dubbi: “Sarò all’altezza?”. Invece sto continuando, con serenità e calma accolgo pazienti spaventati e disorientati con un sorriso, un’informazione, una parola gentile.

Da alcuni anni mi occupo poi di coordinare le assistenze. Quando arrivano delle richieste in Anapaca, cerco sempre di trovare delle risposte adeguate ai bisogni delle persone che le richiedono. Chiedo le disponibilità dei volontari e cerco di soddisfarle nel più breve tempo possibile.

Questi anni sono volati!

Questa è un’attività che richiede impegno, disponibilità, ma in cambio si riceve gratitudine, si conoscono meglio le persone, si ridimensionano i propri problemi. Se ne esce sempre migliori!

La mia è stata una scelta spontanea, non calcolata. Non mi sono mai chiesta perché l’ho fatta, mi sembrava normale, in linea con il modo in cui sono cresciuta, con il lavoro che ho svolto, con il mio modo di essere!